Libri/Bücher

DIASPORA
di Claudio Tugnoli
Edizioni del Faro (2016 – 105 pag.)

Diaspora “versus” autoctonia. La nascita di per sé non è ancora l’evento che decide l’autoctonia, giacché chi viene al mondo viene da un “altrove”, per quanto ignoto esso sia; e dunque anche l’uscita dal ventre materno si configura come atto di migrazione, sempre accompagnato dal rischio di naufragio e annegamento. Nessun neonato sarebbe dei “nostri” per i sostenitori del diritto primario dell’autoctonia e dunque dovrebbe dichiarare le proprie generalità, lasciarsi identificare, in attesa che qualcuno decida se è autorizzato a rimanere. E non a caso al neonato si attribuisce un nome e un adulto, anche lui però migrante una volta, lo riconosce e lo accoglie. L’autoctonia è la condizione di chi, trascorso un certo tempo nello stesso luogo e avendo dimenticato la sua origine di “migrante”, rivendica un diritto speciale rispetto a chi sopraggiunge. L’uomo è “naturaliter” animale migrante “ab origine” e l’autoctonia è l’invenzione di chi vorrebbe opporsi al movimento del la vita. L’autoctonia non è una categoria dello spirito, ma l’Europa sembra oggi aggrapparvisi di nuovo, dimenticando l’origine straniera della stessa figlia di Agenore, re di Tiro.

Diaspora „versus” Autochthonie. Die Geburt an sich ist noch nicht das Ereignis, das die Autochthonie bestimmt, da derjenige, der auf die Welt kommt, kommt aus einem unbekannten Ort; deshalb ist auch das Austreten vom mütterlichen Leib eine Migrationsbewegung, die immer die Gefahren des Schiffbruchs und der Ertränkung mit sich bringt. Nach Meinung der Verfechter des Grundrechtes der Autochthonie gehört kein Neugeborene zu unseren Kindern und deshalb soll es seine Personalien angeben, sich identifizieren lassen und auf die Entscheidung warten, ob er bleiben darf. Außerdem wird ein Name dem Neugeborene gegeben und ein Erwachsene, der aber auch einmal Einwanderer war, erkennt ihn an und nimmt ihn auf. Autochthonie ist der Zustand einer Person, die ihren Ursprung als Einwanderer vergisst und nach einer bestimmten Zeit, die sie in dem selben Ort verbringt, ein spezielles Recht beansprucht im Vergleich zu den Neuankömmlingen. Der Mensch ist ein wanderndes Tier und die Autochthonie ist Erfindung derjenigen, die sich gegen die Bewegung des Lebens verwahren. Autochthonie ist keine Kategorie des Geistes, aber Europa scheint sich heute an sie zu klammern und damit auch die ausländische Herkunft der Tochter Agenors, König von Thyros, zu vergessen.

 

IL MIO AFGHANISTAN
di Gholam Najafi
La meridiana (2016 – 80 pag.)

“A dieci anni, nel 2000, sono scappato dal mio Paese perché mio padre è stato ucciso, ma non sono scappato solo dai talebani: c’era la guerra civile. Non potevo più stare là, avrebbero ucciso anche me. Ho preso mio fratello più piccolo, che ora vive anche lui in Europa, e siamo andati da Ghazni in un’altra città. Non avevamo soldi e abbiamo trovato un piccolo ristorante in cui potevamo lavorare, mangiare, guadagnare qualcosa per poi viaggiare. Lì abbiamo incontrato una famiglia che ci ha portato in Pakistan, dove siamo rimasti quattro giorni. Tramite contrabbandieri, clandestinamente, ci siamo diretti verso l’Iran: di notte attraversavamo montagne, deserti, abbiamo fatto viaggi veramente terribili (c’erano tantissime migrazioni dall’Afghanistan al Pakistan e dal Pakistan verso l’Iran). In Iran i poliziotti erano molto violenti, siamo stati in prigione per quattro giorni, eravamo anche in mille persone in questa prigione nel deserto. Ci facevano rotolare sulla sabbia e ci bastonavano. In Iran lavoravo di giorno come operaio e poi muratore e studiavo il Corano la sera. Però non avevo i documenti, non potevo frequentare una scuola (tranne che quella coranica, per cui non serviva l’iscrizione), aprire un conto in banca… Lavoravo sempre clandestinamente. Ma non c’era futuro in Iran… Dovevo venire in Europa”.

„Im Jahr 2000, als ich zehn Jahre alt war, floh ich aus meinem Land, denn mein Vater wurde getötet; aber ich bin nicht nur von den Taliban weggelaufen, weil es dort den Bürgerkrieg gab. Ich konnte nicht mehr dort bleiben, sie hätten auch mich getötet. Ich habe meinen kleinsten Bruder mitgenommen, der jetzt auch in Europa lebt, und wir sind von Ghazni in eine andere Stadt gegangen. Wir hatten kein Geld mit uns aber wir haben ein kleines Restaurant gefunden, in dem wir arbeiten, essen und etwas verdienen konnten, so dass wir dann weiter weglaufen konnten. Dort haben wir eine Familie getroffen, die uns nach Pakistan hingebracht hat, wo wir vier Tage geblieben sind. Durch Schmuggler sind wir dann heimlich nach Iran gefahren. Bei Nacht sind wir Berge und Wüsten durchgefahren, wir haben wirklich furchtbare Fahrten gemacht (es gab sehr viele Migrationsströme aus Afghanistan nach Pakistan und aus Pakistan nach Iran). In Iran waren die Polizisten sehr gewalttätig, wir sind für vier Tage im Gefängnis geblieben, wir waren auch tausend in diesem Gefängnis in der Wüste. Wir mussten uns auf der Sand kugeln und sie haben uns sogar auch eingeprügelt. In Iran arbeitete ich bei Tag als Arbeiter und dann als Maurer und bei Nacht lernte ich den Koran. Aber ich hatte keine Dokumente, ich durfte keine Schule besuchen, außer die koranische Schule, in der keine Anmeldung nötig war, ich durfte kein Bankkonto eröffnen… Ich arbeitete immer heimlich. Aber es gab keine Zukunft in Iran… Ich musste nach Europa“.

 

IL PAESE PIU’ LONTANO DEL MONDO
di Samira Fatih
Besa (2016 – 105 pag.)

Il difficile cammino dell’integrazione, l’abbandono della patria e il distacco dalle proprie radici sono al centro di questo romanzo che si sviluppa con la freschezza di un diario e narra la storia di una famiglia di migranti attraverso la voce e lo sguardo della protagonista, prima bambina e poi ragazza. Una realtà fatta di partenze e ritorni, di telefonate a un papà che ha lasciato il Marocco per “il paese più lontano del mondo”, quell’Italia da dove porta vestiti e giocattoli per i suoi figli. Quando anche il resto della famiglia si trasferirà al Nord di quel paese lontanissimo per ricongiungersi al capofamiglia, per la protagonista e per i suoi cari comincerà la sfida di integrarsi in un contesto segnato da modi di vivere e usanze molto diverse, facendo i conti con la nostalgia per il paese d’origine.
Una scrittura semplice e spontanea per una storia che affonda nel cuore della nostra epoca e racconta senza ipocrisia le contraddizioni, ma anche la ricchezza umana di una società in cui convivono popoli diversi.

Der schwierige Weg der Integration, das Verlassen der Heimat und die Abkehr von den eigenen Wurzeln sind die Kernpunkte dieses Romans, der sich mit der Frische eines Tagebuches entwickelt und durch die Stimme und den Blick der Hauptfigur, eines Kindes zuerst und eines Mädchens nachher, die Geschichte einer Migrantenfamilie erzählt. Die Realität ist gekennzeichnet von Abreisen und Rückkehr, von Telefonaten eines Vaters, der Marokko für „das weiteste Land der Welt“ verlassen hat, d.h. für jenes Italien, von dem er Kleider und Spielzeuge für seine Kinder bringt. Als auch der Rest der Familie in den Norden jenes sehr weiten Landes umsiedelte, um mit dem Familienoberhaupt zusammen zu sein, begann für die Hauptfigur und ihre Angehörigen die Herausforderung, sich in einen von sehr unterschiedlichen Lebensweisen und Bräuchen gekennzeichneten Kontext zu integrieren und mit der Sehnsucht nach dem Herkunftsland zu rechnen. Ein einfaches und spontanes Schreiben für eine Geschichte, die sich im Herzen unserer Epoche abspielt und ohne Heuchelei Widersprüche aber auch den menschlichen Reichtum einer Gesellschaft, in der verschiedene Völker zusammen leben, erzählt.

BIBLIOGRAFIE CONSIGLIATE
(cliccare sui nomi delle biblioteche)

Bibliografia Civica Bolzano
Bibliografia C. Augusta
Bibliografia Biblioteca Culture del Mondo
Bibliografia Biblioteca Civica Merano

I commenti sono chiusi